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..........arma
e vai!
di Agostino Straulino e Renato Corsini
L'isola, dove nacqui molti
anni fa, m'insegno' ad amare il mare, sentimento che bisogna coltivare per
poter navigare. Era sassosa e ferrigna; svelava, però, segrete e calme
insenature. La terra coltivabile, poca e avara, aveva spinto sul mare gli
abitanti, i quali con intelligenza e coraggio seppero trarne una grande ricchezza.
La sua prosperità economica si conservava ancora cospicua durante la
mia fanciullezza. La gente si sentiva felice come gli abitanti delle isole
Figi, prima che l'uomo bianco vi alterasse il delicato e perfetto equilibrio
naturale creato da Dio. Fecero la fortuna di Lussino -per i marinai, conosciuta
fin da tempi remotissimi come porto sicuro contro le improvvise tempeste del
Quarnero, appariva un vero e proprio seno materno: "lu sino", il
seno- quegli uomini che per primi corsero il mare creando una tradizione robusta
nel paese, in origine formato di pastori. Poiché la vita dipendeva
dal mare, i miei concittadini pensarono bene di istituire una Scuola nautica.
Fu fondata nel 1804, con lo scopo di aiutare i giovani meno abbienti formandone
dei buoni marinai. Il primo docente, un sacerdote, don Stefano Vidulich, insegnò
senza alcun compenso, sostenendo la Scuola a proprie spese nei momenti difficili.
L'istituto, intitolato a Nazario Sauro, ebbe la sua consacrazione il 25 maggio
1922 con la visita in forma ufficiale dei Sovrani d'Italia. Per me quella
Scuola aveva un solo difetto: affacciava sul mare, e starsene seduti sui banchi,
specialmente nella buona stagione, era un tormento. Il mare lo amai subito,
e così forte (per colpa soprattutto della mia isola, che sapeva presentarmelo
in tutta la sua bellezza, mutevole nei colori e nel carattere), che, ancora,
rimane l'unica, vera passione della mia vita. Mi e' entrato nelle vene ed
e' parte di me: soffro se ne resto troppo lontano. Mettetemi al centro di
un deserto e raggiungerò il mare solo seguendo il mio fiuto!
Papà, Piero Straulino, un pezzo d'uomo, alto e vigoroso, ma con un
carattere dolcissimo, al ritorno dai suoi lunghi viaggi amava oziare andando
in barca lungo le coste dell'isola; e poiché gli stavo sempre alle
costole, ne approfittava per insegnarmi a capire che cosa il mare poteva offrirmi
e che cosa dovevo temere. All'età' di cinque anni ero considerato un
marinaio: nuotavo e portavo la barca a vela. A casa mi esercitavo con un grosso
divano. Era la mia barca e l'ormeggiavo da ogni parte con cime e cimette prendendo
come bitte tutte le sedie delle stanze. "Ehi, Tino, -mi chiamò
un giorno Joe, il cognato di mio padre- guarda c'e' un veliero per te".
La voce brusca e improvvisa mi fece balzare un palmo da terra. Papà
era appena tornato a Lussino, dopo una lunga assenza. M'indico' una piccola
barca, con un albero alto poco più di due metri, dondolante nel porto.
Corsi ad ammirare quella meravigliosa realtà e non finii più
di toccare e accarezzare il lucido scafo. Come tutti i marinai che andavano
lontano, papà e suo fratello Giovanni, imbarcati sulla stessa nave,
avevano occupato il tempo libero della navigazione impegnandosi nella costruzione
della barchetta, ritenendomi ormai idoneo al comando di un'unita'. La battezzai
"Sogliola", nome suggeritomi dalla sua forma larga e piatta. Joe
fu il mio maestro di vela. Mi spiegò all'istante e con rapidità
l'uso della vela e degli attrezzi, mentre lo ascoltavo intimorito e sedotto
dalla sua voce tagliente, abituata a dire poche, ma chiare parole. "Adesso
sai tutto -concluse alla fine- monta, arma e vai". Più che un
invito fu un ordine. Saltai dentro la barca, alzai la piccola vela, e dopo
qualche minuto mi muovevo lesto e con sicurezza sul mio guscio. "Bene,
Tino, -mi urlò Joe- non hai bisogno d'altro, il mare t'insegnerà'
il resto".
La mia prima regata in Star fu in realtà una sfida, proposta dal Sottotenente
di Vascello Luigi de Manincor, tra noi allievi di complemento dell'Accademia
di Livorno e i cadetti. Il ligure Bruno Veronese si offri' come timoniere,
nessun altro, però, l'affianco'. Poiché, per completare l'equipaggio,
occorreva il prodiere, de Manincor lo scelse d'ufficio. Il suo sguardo rapido
mi colse, mentre lo guardavo ignaro. In quell'istante il mio destino stava
muovendo le sue pedine. La sfida si presentava difficile. L'uomo da battere,
il cadetto Dario Salata, un lussignano, mio amico, più anziano di me
di pochi anni, faceva il buono ed il cattivo tempo in Accademia nel settore
sportivo. Veronese iniziò la gara male. La nostra posizione si aggravo'
ancora di più ad un giro di boa. Nel tentativo di superare lo "Star"
che ci precedeva in quel momento, il nostro strallo si incattivò con
le ferramenta della varea del boma avversario. Mi slanciai a prora per sbrogliare
la situazione, ma nella convulsa ed affannosa operazione mi tagliai la mano
destra tra il pollice e l'indice. L'incidente scosse il morale del mio timoniere
e il sangue copioso che scorreva sulla mia mano demolì le sue ultime
velleità. "Abbandoniamo", mi disse Veronese, rassegnato ed
avvilito, immaginando gia' i lazzi dei cadetti per la brutta figura. "Macche'
abbandonare!", gli risposi secco, mentre con il braccio immerso nell'acqua
badavo a disinfettare la ferita. Pensavo a Salata, e non volevo lasciargli
il campo libero. "Senti, Veronese -aggiunsi subito dopo- la mano sinistra
e' intatta. A me il timone, a te le vele". Riprendemmo la regata con
nuovo ardore. Il nostro impegno fu grande, tanto che, da ultimi, giungemmo
secondi, a pochi metri da Salata. Il mio "exploit" fu subito notato
ed apprezzato. Con una sola gara, mi guadagnai un posto tra i migliori "skipper"
dell'Accademia. Il destino aveva compiuto la sua opera riuscendo a mettermi
in luce dopo avermi tolto dal compito di prodiere con un banale incidente:
un vero e proprio complotto.

Vinsi i titoli nazionale, europeo e mondiale ed in più le Olimpiadi.
Dovetti molto a Nico nel realizzare quell'impresa eccezionale. Rode non fu
con me solo per il titolo italiano che disputai insieme a Carlo Piccolini.
Ebbi il tempo di allenarmi con assiduità quando fui assegnato al Comando
Marina di Taranto. Dipendevo dal Capitano di Vascello Renato Elia, ufficiale
molto in gamba ed energico, il quale lasciava ampia libertà ai suoi
subalterni, se questi dimostravano di eseguire con premura il proprio dovere.
Andavo in barca specialmente di notte e di proposito, perché l'oscurità'
acuisce la sensibilità senza la quale non si può, in particolare,
bolinare a dovere. La barca va quando le vele sono orientate bene, di notte
e' più difficile trovarsi in queste condizioni, dovendo affidarsi esclusivamente
alla propria sensibilità nel valutare lo stato del mare, la forza e
la direzione del vento. La luna a volte agevola la navigazione notturna alla
vela, ma spesso le ombre ingannano l'occhio del timoniere. Pertanto un buon
"skipper" deve abituarsi a sentire l'imbarcazione, ed usare gli
occhi quasi esclusivamente per osservare la cinematica della gara.
Ad Helsinki il campo di regata nella baia di Harmaja schierava 21 concorrenti,
di cui 9 con barche americane costruite quasi tutte dal famoso Etchells. L'americano
Price venne con uno scafo speciale, "Comanche", fabbricato sotto
la sua diretta sorveglianza, e si rivelò il più veloce di tutti.
Naturalmente raccolse la quasi totalità dei pronostici. "Merope"
non era molto quotata, perché alla coppia Straulino e Rode non si attribuiva
alcuna regolarità di risultati. Vinsi, invece, le regate di Helsinki
grazie ad una serie costante di buone prestazioni. Su 7 prove giunsi 3 volte
primo e 4 volte secondo. Price fu l'avversario da battere ed in pratica l'Olimpiade
si ridusse in un duello tra noi due. Nella classifica finale segnai 7.635
punti contro i 7.216 dell'americano. Il terzo arrivato, lo spagnolo Fiuza,
ne contò appena 2.500. Price in corsa scoprì un nuovo sistema
di planata, molto più redditizio del mio a certe andature. Si trattava
di un'autentica novità, da poco tempo soltanto in uso in America mentre
in Europa era ancora completamente sconosciuta. La prima prova cominciò
con una protesta nei miei confronti, da parte del solito inglese. Bruce Banks
sostenne di essere stato danneggiato in partenza. La Giuria non era quella
di Londra e non si mostrò affatto compiacente con le recriminazioni,
ingiuste, dell'erede di Knowles. Il reclamo fu respinto e ciò valse
ad ammansire le intenzioni di quanti si illudevano di ricreare l'atmosfera
intimidatoria di Torquay. Nella seconda giornata vinsi con facilità
e seppi sfruttare così bene il vento leggero che superai la regata
dei "Dragoni", partiti 10 minuti avanti le "Star", e buona
parte di quella dei "5,5m.". Price arrivò soltanto settimo.
Il terzo giorno di gara si presentò con vento fresco, mare duro e cattivo,
cielo plumbeo e rovesci di pioggia. "Merope" e "Comanche"
ebbero una partenza molto incerta, ma all'inizio dell'ultima bolina passavamo
in testa. Dopo circa un miglio, sorpresi Price con un'improvvisa virata ed
uscendogli sotto le vele guadagnai la prima posizione. Purtroppo sul finire
del bordeggio saltò un maniglione della scotta del fiocco. Rode eseguì
la riparazione a tempo di record, in 30 secondi, ma bastarono all'americano
per scavalcarmi e vincere la corsa. Nella prova seguente pensai di abbandonare
Price e di fare la gara per conto mio. Il mare era abbastanza calmo, il vento
medio. Bordeggiai così più a levante, ma si rivelo' una tattica
sbagliata, perché il mio rivale mi precedette sul traguardo. Tuttavia,
l'ottimismo cresceva e gli amici che conoscevano la riservatezza del mio carattere
si stupirono nel sentirmi dire che avrei vinto le Olimpiadi. Li rassicurai
aggiudicandomi la quinta prova, lasciando Price al terzo posto. La penultima
regata fu molto dura. Price si prese la rivincita ma senza danni per me, benché
avessi sudato sette camicie per via del cubano de Cardenas che cercò
d'insidiarmi la seconda piazza. Nell'ultima giornata conquistai la medaglia
d'oro grazie ad una partenza fulminante, con buone condizioni di mare, identiche
a quelle del giorno prima e con vento leggero. L'americano, stranamente, si
mostro' nervoso, emozionato, forse, per doversi giocare l'alloro olimpico
in quell'ultima "manche". La sua prova fu deludente ed arrivò
soltanto ottavo. Ricevetti molti complimenti dai cavallereschi avversari.
Smart, che si trovava ad Helsinki come caposquadra, mi disse:"Tu e Rode
siete da quattro anni i migliori del mondo, meritavate di vincere dopo la
serie di disavventure subite". Come sempre, benevolo e lusinghiero il
suo giudizio. Avevo conosciuto l'americano, che e' stato presidente della
classe "Star" per molti anni, a Londra e da allora siamo rimasti
legati da un'affettuosa e sincera amicizia. Il tedesco Fischer rimase stupito
dalla dimostrazione di potenza offerta dall'affiatamento raggiunto da me e
Nico. Il russo Czumakov se ne usci con un'espressione da lasciare interdetti:"Siete
l'unico equipaggio che mi abbia toccato il cuore".
Il sito e' stato realizzato da Giuseppe
Leonetti, con la preziosa collaborazione
del dott. Giovanni Canonico e dei sig.ri Mario
Artistico e Mario Pieralice
Il testo contenuto in questa pagina
e' liberamente tratto
dal libro "Arma e vai!" di Agostino Straulino e Renato Corsini
per gentile concessione della casa editrice Edizioni Mediterranee - Roma
E'
difficile entrare nella leggenda vincendo regate veliche, sia pure a livello
mondiale od olimpico: Straulino ci e' riuscito e, nel pieno della sua attività
agonistica, e' diventato un simbolo, uno dei pochi simboli veri e clamorosi
dello sport italiano.
Beppe Croce
