Helsinki 1952
Il duo Straulino-Rode era diventato imbattibile in Italia.
Timonieri del calibro di Salata, Antonio e Nino Cosentino, trovandosi chiusi nella classe "Star", in vista delle Olimpiadi di Helsinki, passarono ad altre classi per giocare le loro "chances" nel tentativo di far parte della squadra azzurra. E agirono bene, perché la Commissione sportiva della vela decise a tavolino d'inviare Rode e me alle Olimpiadi senza costringerci alle consuete prove di selezione. Dario Salata, affermatosi nei "5,5m." su "Mirtala", difese i colori italiani nelle acque di Harmaja, mentre Antonio Cosentino, inserito nelle riserve, disputò, poi, le regate nei "6m." nell'equipaggio di "Ciocca II". Gli unici a rimanere fedeli alle "Stelle" furono Tito Nordio, mio indimenticabile amico ed irriducibile avversario, e Roberto Ciappa. Se c'e' l'opportunità di prepararsi, le probabilità di vincere salgono parecchio. Constatai la fondatezza dell'elementare principio nel 1952, l'anno più bello di tutta la mia vita sportiva.

.....Edizioni Mediterranee - Roma
..........arma e vai!
di Agostino Straulino e Renato Corsini

L'isola, dove nacqui molti anni fa, m'insegno' ad amare il mare, sentimento che bisogna coltivare per poter navigare. Era sassosa e ferrigna; svelava, però, segrete e calme insenature. La terra coltivabile, poca e avara, aveva spinto sul mare gli abitanti, i quali con intelligenza e coraggio seppero trarne una grande ricchezza. La sua prosperità economica si conservava ancora cospicua durante la mia fanciullezza. La gente si sentiva felice come gli abitanti delle isole Figi, prima che l'uomo bianco vi alterasse il delicato e perfetto equilibrio naturale creato da Dio. Fecero la fortuna di Lussino -per i marinai, conosciuta fin da tempi remotissimi come porto sicuro contro le improvvise tempeste del Quarnero, appariva un vero e proprio seno materno: "lu sino", il seno- quegli uomini che per primi corsero il mare creando una tradizione robusta nel paese, in origine formato di pastori. Poiché la vita dipendeva dal mare, i miei concittadini pensarono bene di istituire una Scuola nautica. Fu fondata nel 1804, con lo scopo di aiutare i giovani meno abbienti formandone dei buoni marinai. Il primo docente, un sacerdote, don Stefano Vidulich, insegnò senza alcun compenso, sostenendo la Scuola a proprie spese nei momenti difficili. L'istituto, intitolato a Nazario Sauro, ebbe la sua consacrazione il 25 maggio 1922 con la visita in forma ufficiale dei Sovrani d'Italia. Per me quella Scuola aveva un solo difetto: affacciava sul mare, e starsene seduti sui banchi, specialmente nella buona stagione, era un tormento. Il mare lo amai subito, e così forte (per colpa soprattutto della mia isola, che sapeva presentarmelo in tutta la sua bellezza, mutevole nei colori e nel carattere), che, ancora, rimane l'unica, vera passione della mia vita. Mi e' entrato nelle vene ed e' parte di me: soffro se ne resto troppo lontano. Mettetemi al centro di un deserto e raggiungerò il mare solo seguendo il mio fiuto!
Papà, Piero Straulino, un pezzo d'uomo, alto e vigoroso, ma con un carattere dolcissimo, al ritorno dai suoi lunghi viaggi amava oziare andando in barca lungo le coste dell'isola; e poiché gli stavo sempre alle costole, ne approfittava per insegnarmi a capire che cosa il mare poteva offrirmi e che cosa dovevo temere. All'età' di cinque anni ero considerato un marinaio: nuotavo e portavo la barca a vela. A casa mi esercitavo con un grosso divano. Era la mia barca e l'ormeggiavo da ogni parte con cime e cimette prendendo come bitte tutte le sedie delle stanze. "Ehi, Tino, -mi chiamò un giorno Joe, il cognato di mio padre- guarda c'e' un veliero per te". La voce brusca e improvvisa mi fece balzare un palmo da terra. Papà era appena tornato a Lussino, dopo una lunga assenza. M'indico' una piccola barca, con un albero alto poco più di due metri, dondolante nel porto. Corsi ad ammirare quella meravigliosa realtà e non finii più di toccare e accarezzare il lucido scafo. Come tutti i marinai che andavano lontano, papà e suo fratello Giovanni, imbarcati sulla stessa nave, avevano occupato il tempo libero della navigazione impegnandosi nella costruzione della barchetta, ritenendomi ormai idoneo al comando di un'unita'. La battezzai "Sogliola", nome suggeritomi dalla sua forma larga e piatta. Joe fu il mio maestro di vela. Mi spiegò all'istante e con rapidità l'uso della vela e degli attrezzi, mentre lo ascoltavo intimorito e sedotto dalla sua voce tagliente, abituata a dire poche, ma chiare parole. "Adesso sai tutto -concluse alla fine- monta, arma e vai". Più che un invito fu un ordine. Saltai dentro la barca, alzai la piccola vela, e dopo qualche minuto mi muovevo lesto e con sicurezza sul mio guscio. "Bene, Tino, -mi urlò Joe- non hai bisogno d'altro, il mare t'insegnerà' il resto".
La mia prima regata in Star fu in realtà una sfida, proposta dal Sottotenente di Vascello Luigi de Manincor, tra noi allievi di complemento dell'Accademia di Livorno e i cadetti. Il ligure Bruno Veronese si offri' come timoniere, nessun altro, però, l'affianco'. Poiché, per completare l'equipaggio, occorreva il prodiere, de Manincor lo scelse d'ufficio. Il suo sguardo rapido mi colse, mentre lo guardavo ignaro. In quell'istante il mio destino stava muovendo le sue pedine. La sfida si presentava difficile. L'uomo da battere, il cadetto Dario Salata, un lussignano, mio amico, più anziano di me di pochi anni, faceva il buono ed il cattivo tempo in Accademia nel settore sportivo. Veronese iniziò la gara male. La nostra posizione si aggravo' ancora di più ad un giro di boa. Nel tentativo di superare lo "Star" che ci precedeva in quel momento, il nostro strallo si incattivò con le ferramenta della varea del boma avversario. Mi slanciai a prora per sbrogliare la situazione, ma nella convulsa ed affannosa operazione mi tagliai la mano destra tra il pollice e l'indice. L'incidente scosse il morale del mio timoniere e il sangue copioso che scorreva sulla mia mano demolì le sue ultime velleità. "Abbandoniamo", mi disse Veronese, rassegnato ed avvilito, immaginando gia' i lazzi dei cadetti per la brutta figura. "Macche' abbandonare!", gli risposi secco, mentre con il braccio immerso nell'acqua badavo a disinfettare la ferita. Pensavo a Salata, e non volevo lasciargli il campo libero. "Senti, Veronese -aggiunsi subito dopo- la mano sinistra e' intatta. A me il timone, a te le vele". Riprendemmo la regata con nuovo ardore. Il nostro impegno fu grande, tanto che, da ultimi, giungemmo secondi, a pochi metri da Salata. Il mio "exploit" fu subito notato ed apprezzato. Con una sola gara, mi guadagnai un posto tra i migliori "skipper" dell'Accademia. Il destino aveva compiuto la sua opera riuscendo a mettermi in luce dopo avermi tolto dal compito di prodiere con un banale incidente: un vero e proprio complotto.
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Vinsi i titoli nazionale, europeo e mondiale ed in più le Olimpiadi. Dovetti molto a Nico nel realizzare quell'impresa eccezionale. Rode non fu con me solo per il titolo italiano che disputai insieme a Carlo Piccolini. Ebbi il tempo di allenarmi con assiduità quando fui assegnato al Comando Marina di Taranto. Dipendevo dal Capitano di Vascello Renato Elia, ufficiale molto in gamba ed energico, il quale lasciava ampia libertà ai suoi subalterni, se questi dimostravano di eseguire con premura il proprio dovere. Andavo in barca specialmente di notte e di proposito, perché l'oscurità' acuisce la sensibilità senza la quale non si può, in particolare, bolinare a dovere. La barca va quando le vele sono orientate bene, di notte e' più difficile trovarsi in queste condizioni, dovendo affidarsi esclusivamente alla propria sensibilità nel valutare lo stato del mare, la forza e la direzione del vento. La luna a volte agevola la navigazione notturna alla vela, ma spesso le ombre ingannano l'occhio del timoniere. Pertanto un buon "skipper" deve abituarsi a sentire l'imbarcazione, ed usare gli occhi quasi esclusivamente per osservare la cinematica della gara.
Ad Helsinki il campo di regata nella baia di Harmaja schierava 21 concorrenti, di cui 9 con barche americane costruite quasi tutte dal famoso Etchells. L'americano Price venne con uno scafo speciale, "Comanche", fabbricato sotto la sua diretta sorveglianza, e si rivelò il più veloce di tutti. Naturalmente raccolse la quasi totalità dei pronostici. "Merope" non era molto quotata, perché alla coppia Straulino e Rode non si attribuiva alcuna regolarità di risultati. Vinsi, invece, le regate di Helsinki grazie ad una serie costante di buone prestazioni. Su 7 prove giunsi 3 volte primo e 4 volte secondo. Price fu l'avversario da battere ed in pratica l'Olimpiade si ridusse in un duello tra noi due. Nella classifica finale segnai 7.635 punti contro i 7.216 dell'americano. Il terzo arrivato, lo spagnolo Fiuza, ne contò appena 2.500. Price in corsa scoprì un nuovo sistema di planata, molto più redditizio del mio a certe andature. Si trattava di un'autentica novità, da poco tempo soltanto in uso in America mentre in Europa era ancora completamente sconosciuta. La prima prova cominciò con una protesta nei miei confronti, da parte del solito inglese. Bruce Banks sostenne di essere stato danneggiato in partenza. La Giuria non era quella di Londra e non si mostrò affatto compiacente con le recriminazioni, ingiuste, dell'erede di Knowles. Il reclamo fu respinto e ciò valse ad ammansire le intenzioni di quanti si illudevano di ricreare l'atmosfera intimidatoria di Torquay. Nella seconda giornata vinsi con facilità e seppi sfruttare così bene il vento leggero che superai la regata dei "Dragoni", partiti 10 minuti avanti le "Star", e buona parte di quella dei "5,5m.". Price arrivò soltanto settimo. Il terzo giorno di gara si presentò con vento fresco, mare duro e cattivo, cielo plumbeo e rovesci di pioggia. "Merope" e "Comanche" ebbero una partenza molto incerta, ma all'inizio dell'ultima bolina passavamo in testa. Dopo circa un miglio, sorpresi Price con un'improvvisa virata ed uscendogli sotto le vele guadagnai la prima posizione. Purtroppo sul finire del bordeggio saltò un maniglione della scotta del fiocco. Rode eseguì la riparazione a tempo di record, in 30 secondi, ma bastarono all'americano per scavalcarmi e vincere la corsa. Nella prova seguente pensai di abbandonare Price e di fare la gara per conto mio. Il mare era abbastanza calmo, il vento medio. Bordeggiai così più a levante, ma si rivelo' una tattica sbagliata, perché il mio rivale mi precedette sul traguardo. Tuttavia, l'ottimismo cresceva e gli amici che conoscevano la riservatezza del mio carattere si stupirono nel sentirmi dire che avrei vinto le Olimpiadi. Li rassicurai aggiudicandomi la quinta prova, lasciando Price al terzo posto. La penultima regata fu molto dura. Price si prese la rivincita ma senza danni per me, benché avessi sudato sette camicie per via del cubano de Cardenas che cercò d'insidiarmi la seconda piazza. Nell'ultima giornata conquistai la medaglia d'oro grazie ad una partenza fulminante, con buone condizioni di mare, identiche a quelle del giorno prima e con vento leggero. L'americano, stranamente, si mostro' nervoso, emozionato, forse, per doversi giocare l'alloro olimpico in quell'ultima "manche". La sua prova fu deludente ed arrivò soltanto ottavo. Ricevetti molti complimenti dai cavallereschi avversari. Smart, che si trovava ad Helsinki come caposquadra, mi disse:"Tu e Rode siete da quattro anni i migliori del mondo, meritavate di vincere dopo la serie di disavventure subite". Come sempre, benevolo e lusinghiero il suo giudizio. Avevo conosciuto l'americano, che e' stato presidente della classe "Star" per molti anni, a Londra e da allora siamo rimasti legati da un'affettuosa e sincera amicizia. Il tedesco Fischer rimase stupito dalla dimostrazione di potenza offerta dall'affiatamento raggiunto da me e Nico. Il russo Czumakov se ne usci con un'espressione da lasciare interdetti:"Siete l'unico equipaggio che mi abbia toccato il cuore".

Il sito e' stato realizzato da Giuseppe Leonetti, con la preziosa collaborazione
del dott. Giovanni Canonico
e dei sig.ri Mario Artistico e Mario Pieralice

Il testo contenuto in questa pagina e' liberamente tratto
dal libro "Arma e vai!" di Agostino Straulino e Renato Corsini
per gentile concessione della casa editrice Edizioni Mediterranee - Roma

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E' difficile entrare nella leggenda vincendo regate veliche, sia pure a livello mondiale od olimpico: Straulino ci e' riuscito e, nel pieno della sua attività agonistica, e' diventato un simbolo, uno dei pochi simboli veri e clamorosi dello sport italiano.
Beppe Croce

15 luglio 2001, la Star compie 90 anni: Agostino Straulino ospite d'onore
12 aprile 2001: Agostino Straulino e' nominato Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana
L'ineguagliato palmares di successi di Agostino Straulino
Agostino Straulino partecipa alla 14ma edizione del Trofeo Bracciano Star
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